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MARCO PANTANI.......IL PIRATA
Nel 2004 se ne andava uno degli sportivi più osannati d’Italia, un ciclista d’altri tempi con una forza e una tenacia secondi solo alla sua classe, un uomo, prima che uno sportivo, vittima di un massacro mediatico che non ha avuto precedenti nella storia dello sport italiano: Marco Pantani.
Il Pirata, così veniva soprannominato per via del look, ha regalato grandi momenti di ciclismo con quelle sue scalate in solitaria durante le competizioni ciclistiche più importanti come il Giro D’italia e il Tour De France conquistando più volte il podio; indimenticabili sono stati i duelli con il campione americano Lance Armstrong sulle tappe pirenaiche del Tour.
Nel 1999 Pantani viene escluso dal Giro per un valore di ematocrito troppo alto e comincia ad essere additato, prima dai media, e poi da colleghi e tifosi tutti, come un drogato, un disonesto e un antisportivo.
Ne nasce un processo che doveva servire per accertarne la colpevolezza o l’innocenza ma i media lo massacrano con servizi televisivi ignobili e accuse velate ancor più schifose distruggendone l’immagine di uomo oltre che quella, incrinata dal doping, dello sportivo.
Il Pirata non regge alla violenta gogna sprofonda in una depressione che sfocia in un abuso di droghe che nel febbraio del 2004, un mese e un giorno esatti dopo il suo compleanno, lo uccide. Solo, depresso e devastato psicologicamente.
Oggi il ciclismo è quello che è, funestato da continui casi di doping fino ai più alti livelli. Oggi il doping è ancora lì. A cosa è servito, allora, uccidere mediaticamente e fisicamente Pantani?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Renato Rovecchio

un campione di ciclismo di altri mondi

 

Renato Rovecchio è nato il 28 settembre 1935 a Zuara , un paese di mare, che dista circa 100 chilometri da Tripoli, in direzione del confine tunisino. A pochi mesi dalla nascita Renato venne  battezzato nella piccola chiesa di Zuara città (Zuara allora si divideva in due zone Zuara marina e Zuara città). In quell'occasione Antonio Rovecchio, padre di Renato, aveva proposto  a mio nonno materno, Giuseppe Salmeri, di diventare il padrino di battesimo di Renato. Mio nonno, accolse con favore l'invito, rinsaldo quel rapporto di amicizia che già legava le due famiglie. D'altronde sia Antonio che Giuseppe facevano lo stesso mestiere, erano entrambi valenti marinai e proprietari di bastimenti,  equipaggiati per la pesca delle spugne, di cui la costa libica in quel periodo  ne era molto ricca. Nei primi anni '50, quando la pesca delle spugne non rendeva più come prima, sia  i Salmeri che i Rovecchio si trasferirono  con le loro famiglie a Tripoli, in cerca di nuovi sbocchi di lavoro.

Nell'ambiente tripolino, i due giovani cugini Rovecchio, Vincenzo e Renato, per ragioni diverse diventarono subito  popolari. Uno, Vincenzo, l'intellettuale, era conosciuto poichè svolgeva faceva giornalista per l'unico giornale locale in lingua italiana. Il primo giornale si chiamava  Corriere di Tripoli e poi, a partire dal maggio 1960, con la gestione del dottor  Mohammed Murabet, cambiò nome  e divenne  Giornale di Tripoli. Renato invece divenne popolare per le sue notevoli doti di atleta. Salì alla ribalta ciclistica tripolina   nel 1953, quando ancora sconosciuto, riuscì  a sbaragliare uno stuolo di corridori locali già affermati, sorprendendo tutti con la sua inaspettata vittoria al Giro di Tripolitania. Nel 1954 e nel 1955 consolidò la sua fama di campione del ciclismo tripolitano. Nel 1956 andò in Italia per confrontarsi con corridori di fama mondiale, con la speranza passare professionista. Qualcosa comunque non andò per il verso giusto, perché dopo appena dieci mesi di vittorie e di confronti vinti (addirittura riuscì a battere allo sprint  l'allora campione del Mondo di inseguimento, Ercole Baldini) lasciò inaspettatamente l’Italia per ritornarsene a Tripoli.  Nel suo articolo Vincenzo Rovecchio scrive che il motivo del ritorno di Renato a Tripoli era dovuto al mal d'Africa.

Nel 1957 e nel 1958, al ritorno dall'Italia, Renato  s’impiega alla Total come cartografo.  Pur lavorando continuava ad allenarsi e a correre in bicicletta, ma con sempre meno entusiasmo, tanto che nel 1959 decise di smettere di correre. Non riuscì però ad allontanarsi per molto tempo da questa sua passione così quando gli si presentò l’occasione di allenare la giovane  squadra del circolo della Polizia, accettò con entusiasmo.  Negli anni successivi  fino al 1970, anno del definitivo rimpatrio dalla Libia,  si dedicò con successo alla sua attività di impresario del mobile. Dal 1970 in poi in Italia scelse di vivere con la sua famiglia in Toscana, prima a Poggibonsi, poi a Follonica ed infine a Livorno. Per poi stabilirsi definitivamente a Nettuno, vicino ad alcuni loro parenti.

 

Oggi non parliamo di un campione di ciclismo, di un semplice gregario, o di una squadra, ma di una persona che del ciclismo che fù, è stato qualcosa d'importante

Biagio Cavanna - l'orbo veggente

 

Riconosceva i campioni dai fianchi, poi ne studiava il collo e il torace, infine ne ascoltava il cuore. Parlava in dialetto, odiava il bastone bianco, si toglieva il basco solo quando cominciava a massaggiare. Le sue mani erano come occhi: vedevano, anzi di più, prevedevano. Per questo Biagio Cavanna era soprannominato "il mago di Novi", "l'orbo veggente", o "l'omon di Novi".

Si dedicò fin da giovane allo sport, prima al pugilato, al nuoto e poi al ciclismo, gareggiando fino a tarda età. Fu proprio durante una Sei Giorni, a Dortmund, nel 1936, che cominciò a sentire i primi sintomi della cecità incalzante. Così a 44 anni perse la vista e le sue grandi mani si dedicarono allora al massaggio e alla cura di quei ciclisti che ebbero la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Nella sua casa di Novi, in provincia di Alessandria, diventata un collegio-scuola per ciclisti, l’attenzione e la disciplina erano alla base della crescita fisica e umana dei giovani atleti.

Da ciclista aveva cominciato a correre insieme a Girardengo, ma gli piacevano troppo le donne e poco i sacrifici. Diventato massaggiatore "scoprì", prima di chiunque altro, i campioni, a cominciare da Coppi. Gli bastava toccare i muscoli per capire chi avrebbe compiuto grandi imprese. Con i ciclisti non sbagliò un colpo. Gli portarono il giovane Anquetil e lui non ebbe dubbi. Sentenziò: "È un fenomeno"».

Nato di sette mesi, aveva qualcosa di misterioso e affascinante negli atteggiamenti. "Pesava 125 chili, quando ti posava le mani sulle gambe era come se stesse impastando uova e farina" - ricordano oggi i "suoi" atleti. Cavanna raccontava spesso agli aspiranti campioni delle sue corse con Girardengo, diceva che il sacrificio era l' unica misura per arrivare alla gloria. Tra le sue regole, una su tutte: niente pastasciutta prima della gara e chi ha provato il contrario testimoniò le sue ragioni.

Ma, oltre alle mani, Cavanna era dotato di un’attenzione e di una sensibilità particolari: la figlia Ada racconta che «gli sembrava che Coppi pedalasse storto, allora lo portò dal calzolaio, gli fece mettere una tacchetta sotto la scarpa e così, senza neanche vederlo, gli raddrizzò la posizione in sella».

Nel 1942 fondò a Novi un'autentica scuola di ciclismo, la S.I.O.F., che portò nella sua vecchia casa di via Castello a Novi, dove teneva raccolti i giovani ciclisti che gli erano stati affidati. Uomo di fiducia di Fausto Coppi, a cui voleva bene come un figlio, accompagnò il "campionissimo" in ogni sua impresa, aiutandolo a superare i molti drammi, dalla scomparsa del fratello Serse, alle numerose cadute di cui rimase vittima.

Tra gli altri, fu anche allenatore e massaggiatore di Costante Girardengo, Learco Guerra e Riccardo Filippi; tra i racconti di giornalisti, artisti e della figlia stessa riaffiora un uomo pieno di passione e di amore per il ciclismo, attento e serio, che ha regalato grandi campioni al ciclismo italiano e che continua a rimanere un modello, anche in tempi così diversi, per la sua capacità di intuire le doti di ognuno e di riuscire a far sì che ognuno potesse dare il meglio di sé.

Luciano Succi da Forlì, gregario di Bartali e Coppi

 

QUANDO COPPI MI SI PRESENTO' DICENDO: "MI CHIAMO COPPI; FAUSTO COPPI" E NESSUNO LO CONOSCEVA

Luciano Succi è nato a Forlì il 31 gennaio 1915, quinto di otto fratelli (tre maschi e cinque femmine). Selezionato per i Mondiali 1937 di Copenaghen fra i dilettanti, poi vinti da Leoni, la vigilia della corsa fu investito da una macchina e si ruppe una spalla. Professionista dal 1938 al 1941 nella Legnano, e nel 1942 nella Olmo, centrò quattro vittorie: Coppa Buttafuochi e Trofeo Moschini nel 1941, Torino- Biella e Tre Valli Varesine nel 1942. Nel 1940 partecipò al Giro d' Italia in squadra con Bartali, Coppi, Favalli, Secondo Magni e Ronconi. Nel 1940 partecipò al Giro d' Italia in squadra con Bartali, Coppi, Favalli, Secondo Magni e Ronconi.

A 93 anni Succi ricorda il debutto del campionissimo nei pro 1940 con la Legnano

Articolo di Marco Pastonesi (Gazzetta dello Sport)

Quei due li conosceva a memoria. Nel 1940 erano compagni nella Legnano: Gino Bartali capitano, Fausto Coppi neoprofessionista, e lui, Luciano Succi, gregario. Che adesso, a 93 anni, ricorda. «O football o bici: da bambini, per divertirsi non c' era altro. Football, me la cavavo. Bici, quando ci provai non mi veniva dietro nessuno. Era la bici del mio babbo, mezza sportiva, senza parafanghi, ci misi sella da corsa, manubrio basso e puntapiedi. Prima gara a San Marino: li seccai tutti. In Romagna ero il più forte, e Guerrino Farolfi, l' eterno secondo dietro di me, per vincere dovette ricorrere a un sotterfugio. Un giorno, prima di correre a San Leo, mi disse: "Ti passo a prendere in macchina". Invece non passò, mi lasciò a piedi, lui corse e vinse.

Da dilettante conquistai la Bologna-Raticosa su Mario Vicini. Ma per essere qualcuno dovevi correre in Toscana, con Bartali, Bini, Secondo Magni, i fratelli Cinelli. Così, quando vinsi con quelli lì, pensai di poter fare il corridore».

Professionista dal 1938 al 1941 con la Legnano. Accordo ricco, fiducia illimitata, ma: «Milano-Sanremo 1938, arrivo in fondo, ma tardi, 50°. Vedo Ezio Corlaita, dell' organizzazione, gli chiedo: "Dov' è la Legnano?". E lui: "Ma chi sei?". "Succi". E lui: "Succi, va' via di lì". Trovo l' albergo, faccio le scale, m' imbatto in uno specchio, mi chiedo "Ma chi è quello lì?", e mi spavento, poi mi riconosco, rispondo "Succi", vado in bagno, vasca piena d' acqua e una bottiglia di latte, entro nella vasca vestito ancora da corridore e con i tubolari a tracolla e intanto bevo il latte, bussano, è il massaggiatore, "Chi c' è?", "Ci sono io", e lui "Va' via di lì, è di Gino", e io "Gino o non Gino, io di qui non mi muovo più". Il mio compagno di stanza era Learco Guerra, giunto 58°: "Learco, una rumba tremenda, impossibile stare a ruota". E lui: "Non preoccuparti, solo la Sanremo è così".

Non era vero. Giro d' Italia 1938: dopo tre o quattro tappe, Eberardo Pavesi, direttore sportivo della Legnano, mi fa: "Come ti chiami?". "Succi". E sfidandolo, osai chiedergli: "Ma cos' è, ubriaco?". E Pavesi: "Succi, una fregata così non l' ho mai presa in vita mia". Aveva ragione: non andavo neanche a spinta. E per di più guadagnavo 650 lire al mese, contro le 250 di Glauco Servadei, che vinceva tappe al Giro e al Tour». Succi si abituò a quei ritmi folli, ma: «Giro d' Italia 1939, Firenze-Bologna, discesa dal Pratolino, Diego Marabelli buca e sbanda, e io, per non finire in un burrone, sbatto contro un palo contachilometri, rimbalzo in mezzo alla strada e vengo investito dal gruppo. Una strage. Ci rialziamo. Di chi è questo braccio?, di chi è questa gamba?, io sono così rotto che non mi sento neanche male, recupero una clavicola, chiedo di andare al Rizzoli di Bologna, invece mi portano a Firenze, rischio di rimanere paralizzato, poi torno a casa, sistemo una corda su una trave, e tirando su e giù la carrucola, per due o tre mesi, torno normale».

E' il 1940. «Allenamenti in Riviera, mi fermo a una fontana, c' è un altro corridore. Gli chiedo: "Tu chi sei?". E lui: "Tu sei Succi". Finalmente qualcuno che mi riconosce. "Se lo dici tu. Io sono della Legnano". E lui: "Anch' io. Mi chiamo Coppi, Fausto Coppi". Aveva su una maglia di lana e pedalava bene: quando la strada saliva, io cercavo di tenere la sua ruota, ma lui mi andava via. La sera vedo Servadei, che mi fa: "Ieri mi sono allenato con uno...". "Coppi". E lui: "Come fai a saperlo?". E io: "Forte quello lì". Avevo sbagliato: non forte, fortissimo.

Giro d' Italia, a Firenze, ristorante Sabatini. Ugo Bianchi, il meccanico della Legnano, chiede a tutti, anche a Bartali, i rapporti da mettere per il giorno dopo. E Coppi: "Te li dico domani". E Bianchi: "Qui sei alla Legnano". E Coppi: "Sì, ma decido io". Il giorno dopo c' è la Firenze-Modena, con l' Abetone, dove Coppi va via, vince con 3' 45" su Bartali e diventa... Coppi. Poi la Modena-Ferrara: Bartali fora, io mi fermo per aiutarlo, non l' ho ancora portato dentro che Coppi mi dice: "Va' da Pavesi, ché la moltiplica non mi va". Vado da Pavesi, Coppi si ferma, il meccanico accomoda la bici, davanti è una guerra, noi della Legnano, tranne Bartali, ci fermiamo e quando ripartiamo, io urlo: "Alè alè alè". E Coppi: "Hai finito di baccagliare?". Neanche il tempo di rispondere, lui ci molla tutti, se ne va da solo e li va a prendere. Coppi domina, Bartali freme.

A Fiume entro nelle rotaie del tram, mi rovescio e mi rompo una spalla. Chiamo Pavesi. E lui: "Ma che spalla, piuttosto la ruota". Un male terribile, ma Servadei non mi crede e Raffaele Di Paco canta "Succi fa il lavativo". Al rifornimento allungo un braccio per prendere il sacchetto e mi esce la clavicola. A Trieste arrivo con altri cinque o sei a 20' e Pavesi sbotta: "Mai avuto un corridore arrivato con tanto ritardo". E aggiunge: "Però, se è vero che hai una spalla rotta, ti confermo per altri due anni". "Un momento - gli dico - prima di confermarmi, ci penso io". Ero stufo di fermarmi un momento per Bartali e l' altro per Coppi. Poi ospedale, lastre e diagnosi: frattura. Pavesi: "Ma come hai fatto a finire la tappa?". Da quel giorno mi portò come esempio».

Ma Succi non dimenticò: lasciò la Legnano, Bartali e Coppi, cercò fortuna e la trovò, vincendo. Poi la guerra. «Quando si ricominciò, io pensavo che i soldi fossero quelli di prima. Pochi. E smisi. Fu un errore. Avevo finalmente imparato a suonare la rumba».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfonsina Strada,la donna ribelle al giro d'Italia di ciclismo per uomini

A GUARDARLA in quelle foto sbiadite in bianco e nero, in sella alla sua bicicletta in pantaloncini corti, non ha nulla a che spartire con le misure e le silhouette delle sportive dei nostri giorni. Piccola e muscolosa, capelli corti e capricciosi intorno un viso paffuto con un sorriso appena accennato. Alfonsina Strada, bolognese, classe 1891, è stata una "suffragetta" delle cicliste, ed è passata alla storia per essere stata l'unica donna che ha partecipato al Giro d'Italia, nel 1924.

Alfonsina ha corso dietro a Thys, Pellissier e Girardengo, ha visto crescere la fama di Bartali e Coppi e ha raccolto numerosi premi e riconoscimenti, gareggiando quasi sempre in competizioni maschili. Malgrado sia lei la "bellezza in bicicletta" cantata negli anni 50, l'Italia e il mondo sportivo l'hanno dimenticata in fretta. Ha terminato la carriera esibendosi su due ruote come attrazione negli spettacoli da circo e negli ultimi anni si è trasferita a Milano, dove ha aperto un negozio di biciclette diventato una scuola di ciclismo: aggiustava tubolari, cuciva copertoni e allenava le nuove leve. È morta il 13 settembre 1959, all'età di 68 anni, mentre cercava di mettere in moto la sua Guzzi.

A ricordare le sue imprese hanno pensato i Têtes de Bois, che le hanno dedicato una canzone, Alfonsina e la bici 1, inserita nell'album "Goodbike" e da cui è stato tratto un video diretto da Agostino Ferrente. "A una stella che mi guardava dalla cucina, ho dato il nome di Alfonsina" canta Andrea Satta a bordo del camioncino mentre una straordinaria Margherita Hack in officina è alle prese con manubri, catene e telai. Una passione per i Têtes de Bois che alla bicicletta hanno dedicato anche un festival, Goodbike 2, che si concluderà domenica in provincia di Roma, tra Zagarolo e Gennazzano. In questa occasione si parlerà spesso di Alfonsina grazie a Paolo Facchinetti, ospite della manifestazione per parlare del suo libro Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada (Ediciclo editore, 12,50 euro) in cui ricuce i frammenti della vita della ciclista e ripercorre le tappe di quello storico Giro d'Italia del '24.

 

"Ho sentito nominare Alfonsina quando ho iniziato a scrivere per il quotidiano Stadio, a Bologna. Erano i cronisti di ciclismo più anziani che parlavano di lei - racconta Facchinetti, giornalista sportivo e scrittore - e da allora mi è rimasta la curiosità sull'Alfonsina. Solo molti anni dopo, quando ho avuto tempo, ho voluto approfondire la sua storia perché una sua nipote ultraottantenne abitava a pochi passi da casa mia. Tramite lei ho contattato altri parenti che hanno completato il racconto". Alfonsina era una donna generosa e riservata, spiega l'autore. "La sua generosità la si scoprirà alla fine della sua carriera, nell'officina in via Varesina, dove insegna ai ragazzi ad aggiustare le biciclette e ad allenarsi. Coppi, Bartali e Magni andavano a salutarla al negozio. Di lei oggi rimane il ricordo della tenacia e del coraggio, la sfida con se stessa e con gli uomini, e c'è riuscita perché non si è mai arresa ed è arrivata sempre al traguardo, anche se ultima".

Alfonsina Morini nasce il 16 marzo 1891 a Riolo di Castelfranco Emilia da una famiglia molto povera e numerosa. Non ha mai avuto un giocattolo e quando il padre porta a casa una vecchia bicicletta lei, che ha 10 anni, scopre un mondo nuovo. In poco tempo impara a correre più dei maschi e da allora non si separa più dalle due ruote. Con gli anni inizia ad allenarsi con regolarità, correndo sulla via Emilia, e arriva a Torino dove le donne in bici non danno più scandalo come invece ancora accade al paese. Ogni domenica gareggia con altre donne ed è presto proclamata "miglior ciclista italiana" quando vince la sfida con la celeberrima Carignano. Qualche anno dopo a Stupinigi è l'unica donna in una gara dove arriva settima e nel 1911 stabilisce il record mondiale di velocità femminile con oltre 37 chilometri orari (anche se i primati femminili diventano ufficiali solo dal 1955).

Poi si sposta a Milano dove incontra e sposa Luigi Strada. Scoppia la guerra e molte manifestazioni sportive vengono sospese. Non il Giro di Lombardia che nel '17 si svolge il 2 novembre, nove giorni dopo la disfatta di Caporetto. Lei è in gara con il numero 74 e il nome di Alfonsina Strada: 204 chilometri con partenza e arrivo a Milano. In gara Girardengo, Belloni e il favorito, l'astro nascente Pellissier. Arriva al traguardo un'ora e mezza dopo il vincitore e viene classificata ultima. L'anno dopo ci riprova e arriva penultima: è diventata intanto la "regina della pedivella".

La sua partecipazione al Giro d'Italia nel '24 è una pura casualità: quell'anno non si trovano iscritti perché le case hanno deciso di boicottare la corsa per protesta contro gli organizzatori. Mancano i grandi nomi e Alfonsina viene accettata a tre giorni dal via: ci sono da percorrere 3613 chilometri in dodici tappe, dal 10 maggio al primo giugno, con partenza quasi sempre a notte fonda. Novanta i partecipanti, alla prima tappa la sua presenza è quasi inosservata. Già alla seconda il pubblico raddoppia e Alfonsina diventa sempre più popolare. La soddisfazione arriva quando attraversa l'Emilia Romagna, dove in tanti fanno il tifo per lei. Alla fine su 90 della partenza, solo 30 corridori raggiungono il traguardo, più tre che arrivano fuori tempo massimo: Alfonsina è tra questi, ha concluso il Giro e ottiene appalusi e fiori.

Dopo quell'anno non riuscirà più a iscriversi al Giro e cominia a pedalare la sua bicicletta sotto il tendone di un circo in Francia e Spagna. Nel '37, a 46 anni, vince ancora in diverse sfide femminili e l'anno dopo a Saint Germain stabilisce il primato mondiale femminile di 12 ore. In seguito apre il suo negozio-officina a Milano e disputa la sua ultima gara nel '56, a 65 anni: una corsa per veterani in un circuito a Nova Milanese, e vince. La sua vita finisce il 13 settembre 1959, una domenica: va con la sua moto Guzzi a vedere la partenza della Tre Valli Varesine. Quel giorno la sua moto le dà problemi, non vuole ripartire. La sera quando torna a casa è triste perché, racconta alla portinaia, a quel raduno nessuno l'ha riconosciuta. Decide di andare a parcheggiare la moto al negozio e comincia ad armeggiare col pedale ma la Guzzi non va. Poi l'ennesima pedalata e cade: il cuore non ha retto allo sforzo. Viene portata in ospedale ma muore durante il tragitto. Sulla tomba di Alfonsina, a Cusano Milanino, una bicicletta di bronzo ricorda la passione di una vita.

 

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FEBBRAIO 1870, Viene organizzata la prima corsa di ciclismo su strada, la FIRENZE-PISTOIA

 

Il vincitore fu un rubicondo giovanotto di venti anni, l'americano Van Heste Rymer

Nel 2005 la bicicletta ha festeggiato i suoi 150 anni di vita. Il "grande evento" avvenne infatti nel 1855 quando a un carrozziere francese di nome Ernesto Michaux venne la brillante idea di costruire due pedali e applicarli alla ruota anteriore di una draisina (due ruote di legno sostenute da un asse avente al centro un sellino, che veniva spinta poggiando i piedi a terra). Dall'utilità della bicicletta come mezzo di trasporto, allo sport, il passo non fu breve: occorsero infatti 13 anni (31 maggio del 1868) prima che nel Parc de Saint Cloud a Parigi si disputasse la prima gara ufficiale tipo pista, su un percorso di 1200 metri.

Il velocipedismo prese subito impulso anche in Italia e il 25 luglio del 1869, sul prato della Valle a Padova, si tennero le prime esibizioni di velocità. Alla Toscana, che sarebbe diventata in seguito una rigogliosa terra di campioni, spetta invece il vanto di avere indetta e organizzata la prima corsa su strada a livello mondiale. L'evento si verificò il 2 febbraio 1870, sul percorso Firenze-Pistoia, di 33 chilometri.

 La corsa fu vinta dall' americano Van Este Rymer, un rubicondo giovanotto di 20 anni, che percorse il tracciato in 2 ore e 12', seguito dai francesi Charles e De Sariette. Quarto arrivò l'italiano Edoardo Lancillotti in 2 ore e 26'. Due anni dopo, il 4 febbraio 1872, constatato che la piazza di Santa Maria Novella a Firenze costituiva una pista ideale, con installazioni naturali che consentivano un ordine perfetto e visibilità ottima per il pubblico, si tennero qui le prime gare di velocità ed inseguimento a carattere nazionale. Gli assi toscani di quell'epoca erano Giuliani, Ancillotti e Isolani

Le riunioni in Piazza Santa Maria Novella si susseguirono nei giorni festivi con crescente interesse. Aumentavano i praticanti, si perfezionavano le norme di gara e Firenze, con la sua attività, irradiava  in  tutta la  Penisola l'entusiasmo  e  la  passione  per lo sport su due ruote. Il 4 maggio 1873 fu organizzata la seconda competizione su strada, con traguardo nella stessa località di partenza, come si usa ancor oggi  per  molte corse in linea. La gara venne disputata sul percorso Firenze-Prato-Firenze, di 36 chilometri

. Vinse il francese De Sariette, con un vantaggio di 2'50" sul fiorentino Barbieri.

 

Gli organizzatori-pionieri delle corse ciclistiche  su  strada, italiani  e  stranieri, residenti  a  Firenze, si  chiamavano  colonnello  Mirafiori, ingegnere  Ciofi, barone  DeSariette, ragioniere Bartolini, ingegnere Verità, avvocato Fazzini, Desmeure e ancora il principe Corsini e il conte Bastogi, che con l'ausilio di gente del popolo mise in piedi il Veloce Club Fiorentino. All'epoca della costruzione della prima pista  in terra battuta alle Cascine,  la  società avrebbe assunto il nome di Club Fiorentino.

 

Nel 1903, con la fusione dei Velocipedisti e dell'Ardire, la denominazione sarebbe ancora cambiata in Club Sportivo Firenze, al quale venne aggiunto per un certo periodo anche il nome "Pontecchi", per ricordare la memoria di un socio che era stato uno dei più spericolati campioni della pista. In seguito a questo grande impulso fiorentino, nuove società si formarono in ogni centro della Toscana, le cui principali avevano sede a Lucca, Pistoia, Arezzo, Pisa, Prato, Livorno, Siena, Massa Carrara, Grosseto, Empoli e Pontedera.

 

 

Si stava gettando il buon seme che doveva poi fare crescere in Toscana corridori di eccezionale  statura  atletica, organizzatori  capaci,  dirigenti   accorti  che,  con  leloro imprese, iniziative, interventi diedero lustro alla regione in campo nazionale ed internazionale. Lo sport ciclistico assunse in breve tempo un tale popolarità che lo fece diventare una vera e propria moda. Fu allora che alle gare cominciarono ad affiancarsi i raid, dei quali, uno dei più eclatanti fu sicuramente quello messo in piedi dallo scultore fiorentino Riccardo Aurili che, insieme al francese Vallot, portò a termine in 6 giorni il tratto Parigi-Firenze.

 

 

Un'altro fiorentino che ben presto si impose in simili imprese fu Tullio Fontana, scomparso intorno alla metà degli anni '50. Nel 1894, per merito di Luigi Pontecchi, alla Toscana andava il primo titolo italiano, quello del mezzofondo dilettanti. Due anni dopo, Pontecchi divenne campione italiano dei professionisti della pista.

 

Ai primi del Novecento, Beppe Alberti riuscì a portare in Italia anche il campione d'oltreoceano Zimmerman, detto "l'americano volante", che esordì sulla pista in cemento delle Cascine (vedi foto sopra) allestita dal Club Sportivo Firenze, presieduto dall'avv. Fabbri. Il ciclista USA, fino ad allora, aveva sempre rifiutato allettantissime offerte per la sua ritrosia a spostarsi in Europa.

Estratto da un articolo de "La Nazione" - Supplemento Speciale "Cento anni di vita" del 19 luglio 1959

 

 

 

 

 

 

 

 

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