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MARCO PANTANI.......IL PIRATA
Renato Rovecchio
un campione di ciclismo di altri mondi
Renato Rovecchio è nato il 28 settembre
Nell'ambiente tripolino, i due giovani cugini Rovecchio, Vincenzo e Renato, per ragioni diverse diventarono subito popolari. Uno, Vincenzo, l'intellettuale, era conosciuto poichè svolgeva faceva giornalista per l'unico giornale locale in lingua italiana. Il primo giornale si chiamava Corriere di Tripoli e poi, a partire dal maggio 1960, con la gestione del dottor Mohammed Murabet, cambiò nome e divenne Giornale di Tripoli. Renato invece divenne popolare per le sue notevoli doti di atleta. Salì alla ribalta ciclistica tripolina nel 1953, quando ancora sconosciuto, riuscì a sbaragliare uno stuolo di corridori locali già affermati, sorprendendo tutti con la sua inaspettata vittoria al Giro di Tripolitania. Nel 1954 e nel 1955 consolidò la sua fama di campione del ciclismo tripolitano. Nel 1956 andò in Italia per confrontarsi con corridori di fama mondiale, con la speranza passare professionista. Qualcosa comunque non andò per il verso giusto, perché dopo appena dieci mesi di vittorie e di confronti vinti (addirittura riuscì a battere allo sprint l'allora campione del Mondo di inseguimento, Ercole Baldini) lasciò inaspettatamente l’Italia per ritornarsene a Tripoli. Nel suo articolo Vincenzo Rovecchio scrive che il motivo del ritorno di Renato a Tripoli era dovuto al mal d'Africa.
Nel 1957 e nel 1958, al ritorno dall'Italia, Renato s’impiega alla Total come cartografo. Pur lavorando continuava ad allenarsi e a correre in bicicletta, ma con sempre meno entusiasmo, tanto che nel 1959 decise di smettere di correre. Non riuscì però ad allontanarsi per molto tempo da questa sua passione così quando gli si presentò l’occasione di allenare la giovane squadra del circolo della Polizia, accettò con entusiasmo. Negli anni successivi fino al 1970, anno del definitivo rimpatrio dalla Libia, si dedicò con successo alla sua attività di impresario del mobile. Dal
Oggi non parliamo di un campione di ciclismo, di un semplice gregario, o di una squadra, ma di una persona che del ciclismo che fù, è stato qualcosa d'importante Biagio Cavanna - l'orbo veggente
Riconosceva i campioni dai fianchi, poi ne studiava il collo e il torace, infine ne ascoltava il cuore. Parlava in dialetto, odiava il bastone bianco, si toglieva il basco solo quando cominciava a massaggiare. Le sue mani erano come occhi: vedevano, anzi di più, prevedevano. Per questo Biagio Cavanna era soprannominato "il mago di Novi", "l'orbo veggente", o "l'omon di Novi". Si dedicò fin da giovane allo sport, prima al pugilato, al nuoto e poi al ciclismo, gareggiando fino a tarda età. Fu proprio durante una Sei Giorni, a Dortmund, nel 1936, che cominciò a sentire i primi sintomi della cecità incalzante. Così a 44 anni perse la vista e le sue grandi mani si dedicarono allora al massaggio e alla cura di quei ciclisti che ebbero la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Nella sua casa di Novi, in provincia di Alessandria, diventata un collegio-scuola per ciclisti, l’attenzione e la disciplina erano alla base della crescita fisica e umana dei giovani atleti. Da ciclista aveva cominciato a correre insieme a Girardengo, ma gli piacevano troppo le donne e poco i sacrifici. Diventato massaggiatore "scoprì", prima di chiunque altro, i campioni, a cominciare da Coppi. Gli bastava toccare i muscoli per capire chi avrebbe compiuto grandi imprese. Con i ciclisti non sbagliò un colpo. Gli portarono il giovane Anquetil e lui non ebbe dubbi. Sentenziò: "È un fenomeno"». Nato di sette mesi, aveva qualcosa di misterioso e affascinante negli atteggiamenti. "Pesava 125 chili, quando ti posava le mani sulle gambe era come se stesse impastando uova e farina" - ricordano oggi i "suoi" atleti. Cavanna raccontava spesso agli aspiranti campioni delle sue corse con Girardengo, diceva che il sacrificio era l' unica misura per arrivare alla gloria. Tra le sue regole, una su tutte: niente pastasciutta prima della gara e chi ha provato il contrario testimoniò le sue ragioni.
Ma, oltre alle mani, Cavanna era dotato di un’attenzione e di una sensibilità particolari: la figlia Ada racconta che «gli sembrava che Coppi pedalasse storto, allora lo portò dal calzolaio, gli fece mettere una tacchetta sotto la scarpa e così, senza neanche vederlo, gli raddrizzò la posizione in sella». Tra gli altri, fu anche allenatore e massaggiatore di Costante Girardengo, Learco Guerra e Riccardo Filippi; tra i racconti di giornalisti, artisti e della figlia stessa riaffiora un uomo pieno di passione e di amore per il ciclismo, attento e serio, che ha regalato grandi campioni al ciclismo italiano e che continua a rimanere un modello, anche in tempi così diversi, per la sua capacità di intuire le doti di ognuno e di riuscire a far sì che ognuno potesse dare il meglio di sé. Luciano Succi da Forlì, gregario di Bartali e Coppi
QUANDO COPPI MI SI PRESENTO' DICENDO: "MI CHIAMO COPPI; FAUSTO COPPI" E NESSUNO LO CONOSCEVA Luciano Succi è nato a Forlì il 31 gennaio 1915, quinto di otto fratelli (tre maschi e cinque femmine). Selezionato per i Mondiali 1937 di Copenaghen fra i dilettanti, poi vinti da Leoni, la vigilia della corsa fu investito da una macchina e si ruppe una spalla. Professionista dal 1938 al 1941 nella Legnano, e nel 1942 nella Olmo, centrò quattro vittorie: Coppa Buttafuochi e Trofeo Moschini nel 1941, Torino- Biella e Tre Valli Varesine nel 1942. Nel 1940 partecipò al Giro d' Italia in squadra con Bartali, Coppi, Favalli, Secondo Magni e Ronconi. Nel 1940 partecipò al Giro d' Italia in squadra con Bartali, Coppi, Favalli, Secondo Magni e Ronconi. A 93 anni Succi ricorda il debutto del campionissimo nei pro 1940 con la Legnano Articolo di Marco Pastonesi (Gazzetta dello Sport) Quei due li conosceva a memoria. Nel 1940 erano compagni nella Legnano: Gino Bartali capitano, Fausto Coppi neoprofessionista, e lui, Luciano Succi, gregario. Che adesso, a 93 anni, ricorda. «O football o bici: da bambini, per divertirsi non c' era altro. Football, me la cavavo. Bici, quando ci provai non mi veniva dietro nessuno. Era la bici del mio babbo, mezza sportiva, senza parafanghi, ci misi sella da corsa, manubrio basso e puntapiedi. Prima gara a San Marino: li seccai tutti. In Romagna ero il più forte, e Guerrino Farolfi, l' eterno secondo dietro di me, per vincere dovette ricorrere a un sotterfugio. Un giorno, prima di correre a San Leo, mi disse: "Ti passo a prendere in macchina". Invece non passò, mi lasciò a piedi, lui corse e vinse. Da dilettante conquistai la Bologna-Raticosa su Mario Vicini. Ma per essere qualcuno dovevi correre in Toscana, con Bartali, Bini, Secondo Magni, i fratelli Cinelli. Così, quando vinsi con quelli lì, pensai di poter fare il corridore». Professionista dal 1938 al 1941 con la Legnano. Accordo ricco, fiducia illimitata, ma: «Milano-Sanremo 1938, arrivo in fondo, ma tardi, 50°. Vedo Ezio Corlaita, dell' organizzazione, gli chiedo: "Dov' è la Legnano?". E lui: "Ma chi sei?". "Succi". E lui: "Succi, va' via di lì". Trovo l' albergo, faccio le scale, m' imbatto in uno specchio, mi chiedo "Ma chi è quello lì?", e mi spavento, poi mi riconosco, rispondo "Succi", vado in bagno, vasca piena d' acqua e una bottiglia di latte, entro nella vasca vestito ancora da corridore e con i tubolari a tracolla e intanto bevo il latte, bussano, è il massaggiatore, "Chi c' è?", "Ci sono io", e lui "Va' via di lì, è di Gino", e io "Gino o non Gino, io di qui non mi muovo più". Il mio compagno di stanza era Learco Guerra, giunto 58°: "Learco, una rumba tremenda, impossibile stare a ruota". E lui: "Non preoccuparti, solo la Sanremo è così". Non era vero. Giro d' Italia 1938: dopo tre o quattro tappe, Eberardo Pavesi, direttore sportivo della Legnano, mi fa: "Come ti chiami?". "Succi". E sfidandolo, osai chiedergli: "Ma cos' è, ubriaco?". E Pavesi: "Succi, una fregata così non l' ho mai presa in vita mia". Aveva ragione: non andavo neanche a spinta. E per di più guadagnavo 650 lire al mese, contro le 250 di Glauco Servadei, che vinceva tappe al Giro e al Tour». Succi si abituò a quei ritmi folli, ma: «Giro d' Italia 1939, Firenze-Bologna, discesa dal Pratolino, Diego Marabelli buca e sbanda, e io, per non finire in un burrone, sbatto contro un palo contachilometri, rimbalzo in mezzo alla strada e vengo investito dal gruppo. Una strage. Ci rialziamo. Di chi è questo braccio?, di chi è questa gamba?, io sono così rotto che non mi sento neanche male, recupero una clavicola, chiedo di andare al Rizzoli di Bologna, invece mi portano a Firenze, rischio di rimanere paralizzato, poi torno a casa, sistemo una corda su una trave, e tirando su e giù la carrucola, per due o tre mesi, torno normale». E' il 1940. «Allenamenti in Riviera, mi fermo a una fontana, c' è un altro corridore. Gli chiedo: "Tu chi sei?". E lui: "Tu sei Succi". Finalmente qualcuno che mi riconosce. "Se lo dici tu. Io sono della Legnano". E lui: "Anch' io. Mi chiamo Coppi, Fausto Coppi". Aveva su una maglia di lana e pedalava bene: quando la strada saliva, io cercavo di tenere la sua ruota, ma lui mi andava via. La sera vedo Servadei, che mi fa: "Ieri mi sono allenato con uno...". "Coppi". E lui: "Come fai a saperlo?". E io: "Forte quello lì". Avevo sbagliato: non forte, fortissimo. Giro d' Italia, a Firenze, ristorante Sabatini. Ugo Bianchi, il meccanico della Legnano, chiede a tutti, anche a Bartali, i rapporti da mettere per il giorno dopo. E Coppi: "Te li dico domani". E Bianchi: "Qui sei alla Legnano". E Coppi: "Sì, ma decido io". Il giorno dopo c' è la Firenze-Modena, con l' Abetone, dove Coppi va via, vince con 3' 45" su Bartali e diventa... Coppi. Poi la Modena-Ferrara: Bartali fora, io mi fermo per aiutarlo, non l' ho ancora portato dentro che Coppi mi dice: "Va' da Pavesi, ché la moltiplica non mi va". Vado da Pavesi, Coppi si ferma, il meccanico accomoda la bici, davanti è una guerra, noi della Legnano, tranne Bartali, ci fermiamo e quando ripartiamo, io urlo: "Alè alè alè". E Coppi: "Hai finito di baccagliare?". Neanche il tempo di rispondere, lui ci molla tutti, se ne va da solo e li va a prendere. Coppi domina, Bartali freme. A Fiume entro nelle rotaie del tram, mi rovescio e mi rompo una spalla. Chiamo Pavesi. E lui: "Ma che spalla, piuttosto la ruota". Un male terribile, ma Servadei non mi crede e Raffaele Di Paco canta "Succi fa il lavativo". Al rifornimento allungo un braccio per prendere il sacchetto e mi esce la clavicola. A Trieste arrivo con altri cinque o sei a 20' e Pavesi sbotta: "Mai avuto un corridore arrivato con tanto ritardo". E aggiunge: "Però, se è vero che hai una spalla rotta, ti confermo per altri due anni". "Un momento - gli dico - prima di confermarmi, ci penso io". Ero stufo di fermarmi un momento per Bartali e l' altro per Coppi. Poi ospedale, lastre e diagnosi: frattura. Pavesi: "Ma come hai fatto a finire la tappa?". Da quel giorno mi portò come esempio». Ma Succi non dimenticò: lasciò la Legnano, Bartali e Coppi, cercò fortuna e la trovò, vincendo. Poi la guerra. «Quando si ricominciò, io pensavo che i soldi fossero quelli di prima. Pochi. E smisi. Fu un errore. Avevo finalmente imparato a suonare la rumba».
Alfonsina Strada,la donna ribelle al giro d'Italia di ciclismo per uomini
A GUARDARLA in quelle foto sbiadite in bianco e nero, in sella alla sua bicicletta in pantaloncini corti, non ha nulla a che spartire con le misure e le silhouette delle sportive dei nostri giorni. Piccola e muscolosa, capelli corti e capricciosi intorno un viso paffuto con un sorriso appena accennato. Alfonsina Strada, bolognese, classe 1891, è stata una "suffragetta" delle cicliste, ed è passata alla storia per essere stata l'unica donna che ha partecipato al Giro d'Italia, nel 1924.
"Ho sentito nominare Alfonsina quando ho iniziato a scrivere per il quotidiano Stadio, a Bologna. Erano i cronisti di ciclismo più anziani che parlavano di lei - racconta Facchinetti, giornalista sportivo e scrittore - e da allora mi è rimasta la curiosità sull'Alfonsina. Solo molti anni dopo, quando ho avuto tempo, ho voluto approfondire la sua storia perché una sua nipote ultraottantenne abitava a pochi passi da casa mia. Tramite lei ho contattato altri parenti che hanno completato il racconto". Alfonsina era una donna generosa e riservata, spiega l'autore. "La sua generosità la si scoprirà alla fine della sua carriera, nell'officina in via Varesina, dove insegna ai ragazzi ad aggiustare le biciclette e ad allenarsi. Coppi, Bartali e Magni andavano a salutarla al negozio. Di lei oggi rimane il ricordo della tenacia e del coraggio, la sfida con se stessa e con gli uomini, e c'è riuscita perché non si è mai arresa ed è arrivata sempre al traguardo, anche se ultima".
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